sabato 2 febbraio 2019


Una Turandot fantasmagorica al Massimo

Santi Calabrò




L’incontro tra Turandot di Puccini e una video-installazione ha costituito l’originale proposta dell’apertura stagionale 2019 del Massimo di Palermo (allestimento in coproduzione con Badisches Staatstheater Karlsruhe, Teatro Comunale di Bologna, e in partnership con Lakhta Center di San Pietroburgo). Il connubio appare intrigante, perché la fisionomia dell’ultima opera di Puccini sopporta l’invadenza di schermi enormi su cui scorrono le immagini: in Turandot il coro ha una funzione importante ma statica, e sia i pochi movimenti strettamente necessari che i pochi fatti che avvengono trovano riscontro puntuale nella musica. Appare quindi condivisibile l’idea di Fabio Cherstich, regista, di assimilare il coro, i personaggi secondari e le comparse al mondo proiettato alle loro spalle, per lasciare agire nel senso di una recitazione più tradizionale solamente Calaf, Liù e Timur, unici stranieri rispetto al mondo di Turandot. La visione scintillante e inquietante di una Pechino appartenente a un futuro tecnologico - dove androidi e umani convivono sotto un potere oscuro e assoluto, mentre la fiabesca presenza di un drago gigante allude alla stessa tiranna sanguinaria - costituisce la carta migliore giocata dal regista e dal collettivo russo AES+F, gruppo molto conosciuto nel panorama internazionale dell’arte d’avanguardia, che qui firma scene, video e costumi. Va riconosciuto che questa città immaginaria aggiorna, rileggendolo dall’interno, il mondo fiabesco con cui Puccini misura in Turandot il suo linguaggio musicale e teatrale. Com’è noto, l’operazione ha dei tratti problematici. Se il registro fiabesco si rivela adatto a creare uno stile “puccinstravinskiano”, l’ethos insopprimibile del compositore lucchese viene fuori in maniera tanto alta quanto incongrua: con la morte di Liù il solito vecchio Puccini – artista inarrivabile nel mandare a morte le eroine innamorate – mette nei guai il compositore alle prese con il duetto finale in cui finalmente la principessa Turandot cede all’amore. La malattia fatale non permise a Puccini che di lasciare degli abbozzi – da qui le discussioni infinite sulle versioni completate da Alfano e poi da Berio -, ma in realtà a monte di un problema di incompiutezza preesiste un problema di estetica e di drammaturgia. Liù suicida per amore, vittima sacrificale torturata in diretta, si è presa tutta la scena con un realismo che ingombra troppo. Non è questione di note musicali: si possono perdonare a Turandot che si scioglie all’amore tutte le teste mozzate in precedenza, ma non la tortura di Liù. Probabilmente, inquadrando il punto delicato di Turandot - l’innesto del realismo in un tessuto magico -, la regia di Cherstich e i video degli artisti russi avrebbero evitato alcune scelte poco convincenti. Questo allestimento, infatti, appare discutibile proprio sotto la specie di un realismo fuori luogo. Alternandosi con la pregevole Pechino futurista, uomini di tutte le razze ma vestiti di egalitarie mutande ostentano i loro corpi troneggiando dai video con presenza fisica iper-reale, fino al clou prevedibile della visione delle loro testone mozzate. Dopo un po’ li si riammira tutti interi, a incarnare gli antichi stupratori dell’antenata di Turandot. Infine, quando la principessa viene “scongelata” da Calaf, gli uomini un po’ sono còlti in pose affettuose con donne, un po’ fra loro; naturalmente, anche donne con donne, per come va di moda. Insomma, un inno all’amore senza barriere, in omaggio a nuove tendenze di rappresentazione che si interrogano sui messaggi di genere, sulla contrapposizione delle razze e sull’integrazione. Come cadono mal poste, queste accortezze politicamente corrette, in un’opera dalla musica così esotica e dai livelli di significato così densi! Certo, il livello di tutti questi video è spettacolare, e non mancano di pertinenza simbolica le commistioni tra uomini in mutande e alter ego digitali della cyber-principessa, ma resta inappropriata l’insistenza sul livello corporale dei pretendenti di Turandot; per troppe parti dell’opera i corpi costituiscono il soggetto di un film autonomo che scorre sullo sfondo, mentre nella parte anteriore della scena si rappresenta... Turandot. Lo spettacolo si è avvalso di una direzione d’orchestra ispirata: Gabriele Ferro ha la cultura e i mezzi per esaltare gli aspetti più modernisti di Puccini, e lo fa con una sapienza che dall’orchestrazione, dal timbro, si estende agli accenti, alle dinamiche al respiro di insieme. L’orchestra è un po’ troppo fragorosa solo nel finale di Alfano, quasi a voler dare con l’enfasi sonora una coerenza ultima che all’opera difetta, per il resto la conduzione di Ferro si mantiene incisiva e protagonista senza sovrastare le voci. Da Valeria Sepe (Liù) arriva la prova vocale più convincente ed immedesimata nel ruolo, mentre Brian Jagde (Calaf) esibisce potenza, un bel colore e una buona intonazione ma non appare duttile nelle parti più espressive, rese in modo piuttosto sommario. Tatiana Melnychenko restituisce una discreta Turandot, con una buona linea di canto ma un timbro a volte un po’ spento. Di buon livello il resto del cast e ottima la prova del coro, preparato da Piero Monti. Applausi per tutti, qualche perplessità sulla regia.














fotografie
© Rosellina Garbo 2019

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